Il ruolo dell’artista all’interno della società contemporanea

Definire quale sia il ruolo dell’artista nella società impone una chiosa sull’identità dello stesso.

Quando un uomo è un artista? Quando riesce a farsi ponte tra l’arte e il mondo. Ma affinché ciò accada è necessario che egli patisca trasumanando gli eventi del mondo reale. Date queste premesse, è possibile affermare che un artista è prima di tutto un uomo, vale a dire un essere umano.

Quando si è davvero umani? Il termine, col tempo, ha assunto un’accezione candida quanto parziale. L’ottimista, o il poco informato, crede che l’uomo sia quella tenera creatura buona e innocente presa di mira dall’insaziabile e orribile società. Il pessimista, o il miope, crede che l’uomo sia quell’egoista razionale da educare affinché la lotta tra individui sia il meno aspra possibile. L’artista viene a delinearsi come colui il quale è chiamato ad accogliere lo Spirito del mondo, imponendosi al di sopra delle assai più prosaiche diatribe mondane, indipendentemente dalla giustezza delle tesi circostanti – tesi che, si suppone, l’uomo dietro l’artista pur riesce a cogliere; egli si delinea come quella figura che, nel mezzo dei due estremi, coglie il bianco e il nero della realtà circostante, dando vita ad un’opera che possa illuminare il cammino di coloro i quali riusciranno a coglierne la bellezza, tentando di rischiarare l’animo di quanti sembrano vivere di solo pane.

Il lettore che vorrà indagare le cause delle larghe maglie con cui si è definito il ruolo dell’artista, troverà lumi nella volontà di dare dignità al ruolo senza limitarne la capacità d’azione. Chi scrive crede che un artista possa operare come meglio crede, a patto di non perdere la sua dignità d’artista – oggi verrebbe da dire: “Questa sconosciuta”.

Ma cosa si vuole intendere con l’espressione “dignità dell’artista”? Il termine “dignità” deriva dal latino dignus, che a sua volta è un ricalco del greco ἄξιος, axios, che vuol dire a un tempo “degno” e “assioma”. La dignità è l’indimostrabile nobiltà di ogni essere vivente su cui si fonda l’ipotesi di ogni civiltà. La dignità dell’artista, ergo, è la nobiltà di colui il quale promette solennemente di vivere inseguendo “virtute e canoscenza”. Il lettore non avrà tralasciato, a questo punto, di cogliere il messaggio in nome del quale si è voluto rimandare al Sommo Poeta: Dante, nel XXVI Canto dell’Inferno, per bocca di Ulisse, indirizza i suoi versi non solo agli artisti, ma a tutti gli esseri umani. Ancora una volta l’essenza dell’artista dimostra la sua natura prevalentemente umana. Ma quando un uomo non è soltanto un uomo, bensì un artista? Quando coglie l’invito e se ne rende instancabile sostenitore. Questa è la promessa solenne di ogni grande artista – si badi: il valore di un artista, vale a dire il valore delle sue opere, non lo stabilisce la Storia: di molto è dimentica, sovente è mendace.

Il secondo dei Proverbi di Giuseppe Ungaretti recita così: “È nato per cantare / chi dall’amore muore. // È nato per amare / chi dal cantare muore”. Quod erat demonstrandum: cantare ed amare, scopi ultimi dell’artista e dell’uomo, sono inanellati ancora nella penna del poeta alessandrino. A quale sorte deve consegnarsi, quindi, l’artista, per distinguere il suo fine da quello dell’uomo? Si è detto circa il suo ruolo: ma qual è il destino dell’artista?

L’artista è redentore. In ciò la figura del Cristo è in toto testimonianza del destino dell’artista. Mutatis mutandis, al pari del Cristo, l’artista che voglia mantenersi puro è ostracizzato dalle dinamiche sociali, quando non posto alla gogna dalle stesse, timido preludio della croce cristiana; al pari del Cristo, l’artista è chiamato a purificare il cammino di coloro i quali si troveranno dinanzi alla sua opera; al pari del Cristo, l’artista è destinato a cibare lo spirito più che il corpo; al pari del Cristo, l’artista è chiamato a portare il suo messaggio negli antri più oscuri della società, correndo l’alto rischio di affrontare obiezioni, critiche e ingiurie – ad onor del vero, il timore di un pubblico che si percepisce in debito con la cultura e che trova nell’evento artistico di fine settimana il sedativo ai rimproveri della sua coscienza rende la disapprovazione silenziosa, fermo restando la sterilità a cui si consegna il messaggio.

L’atavico dramma dell’artista che voglia introdursi nella società segue le orme della condanna indagata da Jean-Paul Sartre ne Le mani sporche, là dove colui il quale tenti di introdursi in un sistema con le mani pulite vien costretto ad arrischiarne la genuinità. Conditio sine qua non perché si possa entrare nel sistema è un ridimensionamento della dignità sopra evocata.

Ora, gli artisti da sempre sono pesi dalle labbra della politica, avendo questa il potere di bloccare o gonfiare la carriera dei primi. Ma fintanto che l’arte veniva tenuta in vita dal Potere, gli artisti dovevano preoccuparsi di speziare le loro opere – quando non farsi autori di idee altrui – con tutto quanto apportasse gloria e fama al sovrano nel breve termine e all’artista nell’eternità. Fintanto che gli artisti erano schiavi del Potere – condizione che non si sta perdonando – l’arte profumava di grandezza. Corrotta, ma ambiziosa. I posteri, morta l’occorrenza mondana, avrebbero colto il messaggio celeste. Oggi che l’arte ha smesso di essere l’ancella del Potere – sono sempre meno gli artisti che siedono intorno al Tavolo –, un altro mecenate tiene al guinzaglio il destino dell’artista: il popolo. Quest’ultimo padrone, ben lungi dall’aver fame di gloria, si pasce solo dello sterco, non avendo altra sete che di un sedativo a cui abbandonarsi a fine giornata.

Date queste premesse, cosa ne è dell’artista? Chiunque può diventare un artista, se a questi vien chiesto di produrre materiale grezzo. Il piacere che si prova nel sollevare un peso da dieci chili dopo essersi allenati con uno da cento è il fiume che pian piano porta l’acqua pura della sorgente ad insozzarsi fino al mare. Se prima l’artista era colui che doveva innalzare la cima della montagna, così da poter inargentare sempre di più la sorgente a cui invitare i pesci del mare, oggi l’artista rischia di sopravvivere solo se riesce a vendere acqua sporca per acqua pura.

L’artista il quale voglia mantenersi puro deve oggi rinunciare alla popolarità. Gli artisti hanno sovente commesso l’errore di considerarsi élite, disprezzando di rivolgere lo sguardo verso la collettività – dimenticando quel nobile sentimento mediante cui un artista può continuare a voler raffinare la sua arte e che risponde al nome di umiltà. Ma oggi parlare al pubblico equivale a rendere immediato un messaggio che diventa artistico solo se meditato: meditato non solo nella creazione, ma anche nella fruizione – perché, è bene ribadirlo, l’artista deve studiare per presentarsi dinanzi ad un pubblico, ma quest’ultimo deve essere preparato ad accogliere l’opera del primo: venuta meno una delle due premesse, l’evento artistico diventa una sterile chiacchera tra incravattati in cui uno dei due o è muto o è sordo.

L’artista deve quindi ispirarsi alle analisi leopardiane presenti nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, dove il poeta recanatese prende a descrivere le logiche di quelle che egli chiama le “società strette”: società formate da piccoli gruppi di individui tenuti insieme da valori ed obiettivi condivisi. Solo in queste piccole società l’artista potrà sperare di piantare un seme senza snaturarne il contenuto o affrettandone la coltivazione. La proliferazione di un’idea sarà resa possibile non dal compromesso – che tutte le idee sopprime –, ma dal desiderio della sorgente, in assenza del quale le porte rimarranno serrate. L’arte è l’unico prodotto umano ad avere una qualche parvenza di sacralità: il tempio non ha bisogno di pro-fani. Non è astio verso l’umanità, ma amore per l’arte.

Giuseppe Lo Sasso

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